Davide, da cosa è nata l’idea di cedere parte del monte ore lavorativo al non profit professionale?
R: “L’idea è che l’azienda non è solo un’istituzione a sé, slegata dalla società. E’ giusto che l’azienda sia presente nella società, non solo con le forme tipiche di produzione e profitto. La creazione di valore passa sia attraverso i bilanci, che attraverso il miglioramento dell’ambiente in cui l’azienda e i dipendenti sono inseriti. Inoltre questo progetto concede ai dipendenti di fare esperienze anche formative, che altrimenti non sarebbero possibili.

Quali sono le strutture a cui prestate il servizio di volontariato?
R: la Fondazione PAIDEIA, che opera per migliorare le condizioni di vita dei bambini che vivono situazioni di disagio e il CEPIM, Centro Italiano Down, che opera per l’integrazione sociale delle persone affette da sindrome di Down.

A conti fatti, l’azienda ci “rimette” un bel po’ di soldi. Ma non era più semplice fare una donazione?
R: No, perché la perdita secca è solo nominale. Mi spiego: se un dipendente fa 200 ore al mese, con questo progetto ne fa 195 di lavoro e 5 di volontariato, ma sono certo che quelle ore le recupero in motivazione.

Quindi l’assenza dei tuoi lavoratori non ha inficiato la produttività o il fatturato?
R: No. Come dicevo prima questo progetto comporta solo un po’ più di organizzazione a livello di orario e di lavoro, ma non ha inficiato minimamente la produttività. Ha anzi creato ancora maggior spirito di squadra.

Quando ha avuto inizio l’opera di sostegno sociale?
R: Abbiamo iniziato a marzo di quest’anno e devo dire che sono molto soddisfatto dei risultati. Contiamo di ampliare il programma prossimamente.

Quali possibili sviluppi vedi nel futuro?
R: Lo sviluppo che mi auspico è che altre aziende replichino l’iniziativa, che non richiede incentivi né formule particolari, ma solo la voglia di provare.

Prima di rilevare l’azienda del padre, Davide Canavesio ha lavorato come consulente di una grande società finanziaria che lo ha portato a viaggiare tra Boston, Teheran e Londra. Nel corso di questa esperienza ha avuto modo di conoscere i vari percorsi aziendali di collaborazione e iniziative con le associazioni di volontariato.

Nel campo del volontariato, cosa hai scoperto di nuovo con l’esperienza all’estero?
R: “Ho sempre apprezzato questo tipo di impegno, ma l’età media di chi lo pratica resta spesso limitata al di sotto dei 25 anni e al di sopra dei 60. Quando lavori e magari hai anche una casa e una famiglia di cui occuparti, è impossibile trovare il tempo per fare altro. E poi voglio che della mia azienda si parli bene”.