«La crescita occupazionale – spiega in un’intervista a noi rilasciata Tito Boeri docente di Economia del mercato del lavoro all’Università Bocconi di Milano – si è appoggiata in gran parte alla proliferazione di contratti atipici, che hanno permesso alle imprese di rispondere alla flessibilità pretesa da un mercato sempre più globalizzato attraverso assunzioni con scadenza variabile e bassi oneri sociali». Il 50% delle assunzioni dei lavoratori sotto i 40 anni avviene tramite queste tipologie contrattuali: un esercito di precari di 4 milioni e mezzo di persone nel 2008, circa il 20% dell’intera manodopera in Italia.

Foto di Francesca Magistro

Ma il problema è nell’approccio alla flessibilità stessa. Seppur in misure differenti, i governi del Vecchio continente hanno adottato alcune regole che rendono il contratto a scadenza una tappa del percorso verso il posto fisso. Diversa la situazione nel nostro paese: «la patologia italiana continua Boeri – è data dalla creazione di un mercato del lavoro parallelo e secondario, precario e antidemocratico, senza protezione sociale né formazione, né tanto meno rivolto alla stabilizzazione professionale». Oggi tra i lavoratori parasubordinati – i famosi co.co.pro e affini – soltanto 1 su 20 ottiene un contratto a tempo indeterminato dopo un anno, e solo 1 su 10 tra i lavoratori a termine. Il precariato giovanile rappresenta in Italia una delle concause della stagnazione economica nonché del cosiddetto fenomeno sociale dei “bamboccioni”.

Come uscire dall’impasse? Tito Boeri e Pietro Garibaldi, professore ordinario di Economia politica all’Università di Torino, hanno presentato una proposta, contenuta anche nel libro “Un nuovo contratto per tutti”. La ricetta – spiega Boeri – prevede tre riforme per il mercato del lavoro italiano: «l’istituzione di un contratto unico – caratterizzato da un percorso di inserimento professionale di 3 anni propedeutico al “posto fisso”-; la definizione di un salario minimo orario; e la riforma degli ammortizzatori sociali, con un sussidio unico di disoccupazione, accessibile a tutti».

La proposta tuttavia attende ancora che un attore istituzionale la presenti in Parlamento, «anche se – dice Boeri – alcuni dei nostri precetti cominciano ad affiorare nel dibattito politico, seppur con molta lentezza e titubanze. I policy maker italiani, infatti, hanno una prospettiva a brevissimo termine e i giovani rappresentano una popolazione minoritaria che non rende dal punto di vista elettorale».

Ma allora fanno bene i giovani che “fuggono” dall’Italia alla ricerca di condizioni più vantaggiose? Conclude Boeri: «Se devo muovere un suggerimento e allo stesso tempo un rimprovero, credo che i giovani dovrebbero far sentire di più la propria voce, organizzando politicamente i propri interessi…»

Cosa aspettiamo?