Un’Italia orfana di nuove classi dirigenti?
Articolo di Fabio Oliva
La Biennale della Democrazia a Torino
La selezione delle classi dirigenti è un processo delicato e dagli effetti dirompenti per la collettività di un paese. Mancanza di competitività e meritocrazia sono spesso i motivi che impediscono a un paese come l’Italia di produrre una classe dirigente riformista, competente e consapevole del proprio mandato.
La Biennale della Democrazia – organizzata dal 22 al 26 aprile a Torino – ha dedicato un seminario al tema, intitolato “La selezione delle classi dirigenti”, che si è svolto venerdì 23. Hanno partecipato Guido Tabellini, rettore dell’Università Bocconi, Roberto Quaglia e Luca Savarino dell’associazione NEWTO, moderati da Piero Gastaldo della Compagnia di San Paolo. La discussione è stata autoreferenziale e poco aperta agli interventi del pubblico presente al Teatro Gobetti. Il dibattito si è limitato a citare realtà di eccellenza e l’audience non è stata coinvolta come ci si aspettava dall’intento e dal titolo della manifestazione.
La discussione si è concentrata sulle ragioni del gap generazionale italiano rispetto ad altri paesi europei. Qualcuno ha puntato il dito sulle barriere all’entrata troppo alte, se non addirittura invalicabili. La disparità tra sistema di retribuzione pubblico e quello privato è emersa come uno dei principali motivi per cui tanti giovani talenti scelgono di diventare manager d’azienda piuttosto che dirigenti nelle pubbliche amministrazioni. Altri hanno messo sotto accusa il sistema educativo nazionale, poco competitivo e insufficientemente meritocratico. Fra lo stupore generale, un relatore ha addirittura messo in dubbio l’esistenza di un “caso italiano” parlando di “giovani 50enni” che sono riusciti a raggiungere posizioni dirigenziali di tutto rispetto!

Le (poche) proposte concrete al vaglio
Nel tracciare una sintesi costruttiva dell’incontro, è sicuramente utile mettere in luce le due proposte che sono state lanciate in zona Cesarini. La prima idea è di introdurre un test di ammissione standard – simile allo Scholastic Aptitude Test (SAT) anglosassone – finalizzato a regolare l’accesso alle università e a migliorare l’allocazione dei talenti. La seconda proposta ha posto l’accento sulla necessità di stimolare la mobilità sociale attraverso un sistema di welfare generazionale che offra garanzie e incentivi a favore dei giovani. Una sorta di Erasmus a 360 gradi, non solo rivolto al mondo delle università.
Tuttavia ci si sarebbe aspettati dall’evento un dibattito che non si limitasse a fare i nomi di poche e isolate realtà d’eccellenza italiane, ma che riuscisse a suggerire come innescare un circolo virtuoso su base nazionale e costruire delle economie di scala del talento. Sarebbe bene smettere di parlare in maniera univoca e anacronistica di fuga dei cervelli quando all’estero si esaltano le virtù della circolazione delle conoscenze. Dobbiamo abbandonare lo sterile dibattito incentrato sul ricambio generazionale. Negli Stati Uniti, una delle società più aperte all’innovazione e sensibili al merito, il principio fondante è la continua collaborazione tra generazioni.
La speranza è che per parlarne non si debba aspettare la prossima edizione della Biennale della Democrazia!









Comments
caro Fabio condivido buona parte delle tue opinioni, ma mi stupisce la tua rigidita sulla questione generazionale. mio padre ha 51 anni ma sembra un giovincello e a mio avviso puo contribuire molto piu lui al rinnovamento del paese di qualche rgazzetto che ha passato troppo tempo sui libri e ora preso dai rimorsi di coscienza ha voglia di sentirsi utile. La dimostrazione del resto ce la da il nostro premier che a settanta suonate sforna idee una dopo l'altra. mi piacerebbe ricevere una reazione a questo mio commento. un caro saluto Dario
Caro Dario, se condividi le mie idee allora sono sicuro che nelle mie parole tu non puoi aver visto alcuna rigidità nella maniera in cui ho cercato di affrontare la questione generazionale. Anzi sono il primo a dire che anzicché parlare di ricambio generazionale occorre puntare sulla collaborazione inter-genenerazionale. All'Italia non servono rivoluzioni ma solo degli efficaci meccanismi che assicurino un vero e proprio avvicendamento collaborativo tra "prossimi". Benvenga lo spirito construttivo di tuo padre, ma allo stesso tempo c'è anche bisogno di linfa nuova in questo paese. Di nuove idee e nuovi spazi di contaminazione tra idee e ideali. Di giovani come quelli da te descritti sinceramente ne vedo sempre di meno. Mi sento invece sempre più circondato di persone mosse da un sentimento di apertura e positività, gente che non si arrende a facili sentimenti di frustrazione.
Un paese è vincente se riesce a valorizzare le prorie individualità, ma al contempo trascendere gli individualismi dei singoli. Creando una leadership collettiva costituita di responsabilità individuali. I canali e le opportunità per inquadrare la propria professione (quella di tuo padre così come la tua) all'interno di un percorso più ampio e di un progetto più nobile di società esistono, e se vanno solo scoperti. Di questo ne sono certo, oltre che convinto.
Cari ragazzi, non posso non condividere pienamente lo stupore della sala quanto ai "giovani 50enni". In Europa siamo l'unico paese capace di un simile ossimoro... Non è la prima volta che lo ascolto e anzi lo cito spesso nelle mie conversazioni con coetanei dell'Erasmus generation... E' un'assurdità tutta italiana che nuoce alla grande creatività di cui pur siamo capaci... Un salutone a tutti e ancora complimenti per il blog!
PS piccola richiesta in extremis: sarebbe carino pubblicare sul magazine un ritratto di Marchionne per farlo conoscere bene a tedeschi e europei...
La questione generazionale, in Italia, è decisamente sui generis, per come la vedo io. Mentre nel resto del mondo ad un'età anagrafica corrisponde generalmente uno stato di avanzamento carriera, con scaglioni di durata umanamente accettabile, da noi - tra i 18 e i 50 anni circa - il tempo sembra dilatarsi a dismisura. A vent'anni sei troppo giovane per essere preso in considerazione; a trenta sei troppo giovane per assumere incarichi di responsabilità; a quaranta potresti, ma sei appena uscito dalla fascia protetta; a cinquanta sei improvvisamente finito prima che possa rendertene conto. Questo, naturalmente, fatte salve le dovute eccezioni.
Credo che in Italia ci sia stata una generazione di troppo: il fatto che - accidentalmente - si tratti di quella a cui appartengo, non mi rende particolarmente facile digerire la cosa, per di più considerando l'aggravante dell'essere donna.
Mi rendo conto che può sembrare una proposta di parte, e non escludo che lo sia, ma forse dovremmo - almeno finchè non si ripristina un certo equilibrio - superare il concetto di età anagrafica e guardare alla sostanza. Mi son trovata spesso a lavorare in squadre transgenerazionali: al di là dell'apparenza - spesso ingannevole - se un osservatore esterno si fosse trovato a dover abbinare ciascun elemento alla relativa età, nella maggior parte dei casi avrebbe fatto fatica.