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La pioggia è molto Jazz

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Il Jazz Festival di Torino del 2013, alla sua seconda edizione, ha preso il via venerdì scorso e porterà la musica dal vivo per le strade della città fino al concerto del Primo Maggio. Nella serata inaugurale, sul palco di Piazza Castello, il quintetto di Enrico Rava e l'Orchestra del Teatro Regio di Torino, diretta da Paolo Silvestri, è stata ascoltata da migliaia di persone. Dopo un'ora è arrivata la pioggia, ma oramai sembra che il Jazz Festival di Torino non ne possa fare a meno.

Il gruppo organizzativo guidato dal direttore artistico Stefano Zenni, il cui curriculum non è riassumibile in poche parole, ha disseminato Torino di palchi e concerti, da piazza Castello al piazzale Valdo Fusi (i palchi principali), fino ai locali di via Po e ai Murazzi sul lungo fiume, che così hanno anche ripreso vita, tra le note di un sassofono e un panino sorsegganto birra artigianale. Peccato per l'acqua che, durante la serata inaugurale, ha impedito al contrabassista Furio Di Castri di esibirsi su di una chiatta nel mezzo del fiume. Ma poco male, il maltempo non ha fermato né i musicisti né il pubblico.

La giornata di sabato ha visto esibirsi prima Roy Paci e i Corleone, in un concerto energetico e travolgente, e poi Tania Maria che ha fatto ballare a ritmo di bossanova una piazza gremitissima di gente. E il festival prosegue nelle prossime ore e giorni: oggi pomeriggio alle 18, il concerto di Abdullah Ibrahim, che si terrà al Teatro Regio per via del maltempo (ancora qualche biglietto sarà disponibile in giornata presso la biglietteria).

Questo festival non è solo musica, ma è anche proiezioni, incontri ed esposizioni, in diversi angoli della città: basta prendere il programma e sfogliarlo per comprendere la ricchezza dell'offerta. "A Torino c'è una tale ricchezza anche di questo tipo – sottolinea Stefano Zenni – che questa edizione è solo il primo passo di un'integrazione molto più ampia e profonda che deve esserci.” Il direttore artistico non nasconde comunque le difficoltà di organizzare un festival su di un territorio molto complesso che però è caratterizzato da “una ripresa culturale con un potenziale pazzesco”. Dunque, ora ci si gode la musica, ma già si pensa al prossimo anno.

Buon Jazz a tutti quanti.

Mattia Marello

L'eterna lotta tra il ciclista e la città

TYP-25361-27031-bici02G.jpgBreve racconto seriamente ironico sulla ciclabilità di Torino.

Anni fa, una decina o forse più, mi divertivo a rincorrere, insieme a degni compari, le moto da cross per le strade di campagna. Rincorrevamo quei rombi assordanti e graffianti tra vigne, soia e campi di grano con le nostre biciclette, cadendo chissà quante volte perché la ghiaia ci coglieva di sorpresa dietro una curva, oppure perché finire nei fossi lasciati dalle due ruote motorizzate era un po' come mettere le ruote nei binari del tram.

Essì, perché Torino è disseminata di binari, alcuni in uso e altri abbandonati, stretti nell'asfalto: spesso, con le sottili ruote della mia rossa bici-trattore a pedali, finirci dentro significa caduta certa, a meno di acrobatiche e funamboliche mosse a metà tra goffi tentativi di restare in equilibrio e numeri da circo che neanche Moira Orfei. Ma questo è nulla, in fondo ci si abitua, si sta nel mezzo tra i due binari e si spera che nessun tram sopraggiunga alle nostre spalle, perché nel caso dovesse succedere, la pedalata si trasformerebbe in una corsa per sfuggire il “mostro” cittadino che divora l'asfalto, parafrasando Guccini.

Perché tu non ti metti sulla tua strada?!” è il consiglio paterno (o, alle volte, materno) che riceviamo noi ciclisti maledetti. Seppure ogni consiglio sia sempre ben accetto, spesso si ignora che il ciclista non è per sua natura suicida e se potesse scegliere tra lo slalom di macchine, camion, furgoni, autobus, mezzi ferrati e la ciclabile, a naso credo opterebbe per quest'ultima.

Otto del mattino di una fredda giornata autunnale, di quelle che iniziano e finiscono con la nebbia, ma che durante il giorno regalano un po' di sole. Via Vanchiglia si anima di gente e la strada diventa un campo di battaglia, si mette in scena una lotta a suon di cappuccio e brioches. Da un lato ci sono i mezzi parcheggiati rigorosamente in doppia fila mentre, sull'altra corsia, corrono le auto: sembra che per questa strada passi l'intero parco macchine cittadino e intanto un'aria mefitica ti fa prudere la gola. Per chi non si rassegna e continua a pedalare, meglio passare su via Bava, la parallela molto più tranquilla e gestibile. Arrivati sul Lungo Po, dopo aver attraversato piazza Vittorio Veneto con la foschia che nasconde il Monte dei Cappuccini e la Gran Madre, le cose si fanno più semplici, almeno in apparenza.

La ciclabile che costeggia corso Moncalieri, nascosta sotto una fila ininterrotta di alberi ti permette quasi di non accorgerti del traffico che ogni mattina e sera congestione quella via. L'autunno ha iniziato la sua annuale strage di foglie ingiallite e marroncine lasciandole cadere al suolo. Di fatto, la ciclabile è ricoperta quasi completamente di questo tappeto e, se da un lato tutto ciò può apparire quasi poetico, dall'altro nasconde numerose insidie: le radici degli alberi e qualche buca disseminata qua e là lungo il percorso. E se certo non si possono tagliare le radici e ancor meno fermare l'autunno, magari si può dare una sistemata alle buche.

La concretezza reale del quotidiano lamento popolare, nella sua ripetitiva banalità, mi stupisce a volte. Nonostante qualche buca, la ciclabile alberata di corso Moncalieri, per lo meno, salva i ciclisti dalla pioggia. E per fortuna che a Torino ci sono diversi portici e vie porticate, giacché il tempo da queste parti non si prende la briga di avvisare quando decide di piovere, grandinare o nevicare. Tuttavia, sotto i portici è rigorosamente vietato montare in sella, qual che sia il tempo meteo, pena la visione di scene di inseguimento da parte di vigili urbani che tentano di disarcionare screanzati ciclisti, immagini che rievocano molto le migliori puntate di Benny Hill.

Tornando alle ciclabili torinesi, però, quello che le rende uniche nel loro genere non sono certo le buche, bensì la loro capacità di terminare nel nulla, con un muro oppure in mezzo a un incrocio o dentro a un distributore di benzina (quale ironia!), così senza preavviso, a sorpresa. Zac Zac Zac, colpo netto, progettate e tagliate su carta, probabilmente. E, il risultato è quello di finire, senza nemanco accorgersene, in un parcheggio per esempio, e per di più in contromano rischiando uno e più d'un frontale.

Il pericolo più grosso, tuttavia, sono e restano sempre loro, il grande ed eterno nemico del ciclista, il suo rivale, la sua nemesi: il pilota da doppia fila che, insieme con qualche pirata della strada e a una categoria protetta affetta dal morbo dell' “insensibilità al piede dell'acceleratore”, formano una squadra molto temibile. E, purtroppo, mortale in certi casi.

Di fatto, Torino non può dirsi propriamente una città ciclabile (nel senso olandese del termine) e l'auto rimane preferita, come dimostra il rapporto di Legambiente Ecosistema Urbano. Nonostante ciò, il numero di biciclette per le strade aumenta di giorno in giorno, anche d''inverno, anche con il freddo. Certo, spazi per interventi strutturali sulla mobilità ce ne sono molti, per esempio rendere veramente ciclabile la pista di via Verdi, magari chiudendola al traffico nel tratto da piazza Castello a via Giulia di Barolo. Rimane però una certezza, spesso ripetuta nei più disparati campi e nelle più diverse discipline: la rivoluzione deve essere culturale. Modificare gli atteggiamenti della nostra società è il punto di partenza per il vero cambiamento. E se la politica può dargli una mano, perché non percorrere questa strada in parallelo?

Mattia Marello

Il mondo in una piazza

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Nigeria, Congo, Tunisia, Algeria, Cuba, Italia, Giappone, Marocco, Senegal. Il palco allestito davanti al Jazz Club di Torino per ospitare i coristi di Europa Cantat, lunedì sera è stato invaso dall'Orchestra di Porta Palazzo. Tredici elementi per un giro del mondo musicale durato ahimè un'ora e mezza solamente. Nell'ambito della manifestazione che ha portato in città più di quattromila coristi, che tra noi decimati superstiti del caldo cittadino di fine luglio si è fatta conoscere per passaparola, la serata in piazza Valdo Fusi ha radunato giovani da tutta Europa, nonché da molte altre parti del globo, in un concerto meticcio e originale (vedi video del concerto).

In questi ultimi giorni di luglio, le strade e i portici sono rimasti deserti per poco tempo a Torino, forse solo qualche ora, perché a supplire la partenza di studenti e delle carovane di macchine direzione ferie, sono arrivati ragazzi e ragazze da tutto il mondo; la città si è riempita di coristi e musicisti che vagabondavano con sulle spalle ogni tipo di strumento. Per la prima e unica volta Europa Cantat, manifestazione corale che si ripete ogni tre anni, arriva a Torino e con sé porta passione e integrazione, musicale e non solo. Difficile è però stare dietro a tutti gli eventi e i concerti, tranne chiaramente quando passano sotto casa tua. A quel punto non devi fare altro che mollare tutto quello che stai facendo e aprire la porta per rotolare giù in strada; così come è successo sabato quando, sotto i portici di via Po, i Cirque du Bordel - un quartetto che suona “balkanpop” a Torino – ha preceduto i canti di alcuni gruppi di giovanissimi coristi e coriste dalla Francia, dalla Svizzera e dall'Italia.

In piazza lunedì sera, seduti o in piedi davanti al palco del Jazz Club, la folla andava sempre aumentando fino a quando la bellissima Dorcas, cantante dell'Orchestra di Porta Palazzo, non ha dato il via al concerto. Tromba, tastiera, percussioni, due violini, fisarmonica, chitarra: vengono da tutto il mondo ma sono di Torino. E ad ascoltarli c'erano ragazzi da quasi ogni continente. Purtroppo c'è voluto un po' di tempo perché il ritmo delle percussioni africane mescolate con la tromba dalle sonorità cubane e la fisarmonica dell'Italiano Michele Schifano, entrasse nelle gambe e smuovesse un pubblico forse colto di sorpresa dai 120 battiti per minuto dell'Orchestra. Solo un bambino di nome Gabriele, in prima fila, non ha mai smesso di ballare senza freni ogni canzone. L'anima della serata. Solo con Pata Pata, ultima canzone, tutta la piazza si è scatenata. E come poteva terminare il concerto se non con la canzone di Miriam Makeba, uno dei simboli della lotta per la libertà d'espressione artistica in Africa?

Dalla repubblica sudafricana al Maghreb per poi attraversare l'oceano e approdare sulle coste dei Caraibi e dell'America Latina, culture e stili musicali si influenzavano a vicenda in un concerto eterogeneo nei ritmi e nelle voci.

Mattia Marello

Foto Orchestra di Porta Palazzo

Alla (ri)scoperta del cinematografo

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«Il progresso! Sempre tardi arriva» diceva il proiezionista Alfredo nel film di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”. A lungo potremmo discutere e consumare inchiostro su quanto questa affermazione corrisponda alla realtà o su come l'Italia si distingua per la sua capacità di compiere o smentire la massima. Certo è che, da più di vent'anni a questa parte, Torino è cambiata in molti aspetti e da città fortemente industriale si è trasformata in qualcosa d'altro che ancora ha bisogno di definirsi pienamente.

Questa estate, parte di quel famigerato progresso arriva nel capoluogo piemontese attraverso un canale sempre più stretto: il cinema e l'arte in generale (sebbene generalizzare sia sempre un azzardo). Film, mostre fotografiche e musica hanno ridato vita a un pezzo di Torino, Barriera Milano, che da anni aveva perso il suo centro propulsore, ovvero la parzialmente dismessa Manifattura Tabacchi. L'enorme complesso, che a vederlo ricorda tanti altri fabbricati prima simbolo di benessere e ora metafore del cambiamento, fin dal '700 ha ospitato i processi di triturazione del tabacco. L'antico palazzo risale al XVI secolo e fu voluto dal Duca Emanuele Filiberto come podere per l'allevamento e luogo di svago. Durante giugno e luglio è stato un luogo di aggregazione, non solo per il quartiere ma per l'intero perimetro cittadino; da diverso tempo la Circoscrizione VI organizza cinema all'aperto e incontri estivi ma quest'anno, farlo nei locali e nei cortili della ex-fabbrica gli ha sicuramente regalato un sapore particolare.

Fotografia

Dall'8 giugno, la Manifattura ha ospitato due mostre. La prima, a cura di Karin Gavassa, è quella di Hasan Elahi, artista bangladese che da anni vive negli Stati Uniti. Il suo “The Orwell Project” è un innovativo progetto multimediale nato dalle infondate accuse di terrorismo mosse contro di lui dall'FBI in seguito all'11 settembre 2001: fornendo istantaneamente immagini della sua quotidianità ha raccolto un immensa mole di materiale su cui ha costruito il lavoro. La seconda mostra, invece, si chiama “Terre Gaste”: cinque fotografi (Federico Botta, Fabrizio Esposito, Rosalia Filippetti, Gianni Fioccardi, Giulio Lapone) hanno ritratto le sponde del torrente Stura di Torino, una “terra di nessuno” dove storie di vita quotidiana si intrecciano con la natura, tra orti urbani e baracche in lamiera. Entrambe le esposizioni sono terminate, ma dopo l'estate le porte degli ampi locali vuoti si riapriranno per ospitare una terza mostra: “Torino Green, La città tutta verde” l'8 e 9 settembre.

Nuovo Cinema Tabacchi

L'ex-fabbrica di Corso Regio Parco ha anche ospitato nel cortile principale il cinema all'aperto, con la proiezione di tre film: “Sette opere di misericordia”, “Magnifica presenza” e “Romanzo di una strage”. Il telone, le seggiole rosse disposte su file da sei, il passaggio centrale che le divideva e, più di tutto, il proiettore montato sul retro di un furgoncino tingevano l'esperienza con un antico colore, quello del cinematografo. E' in quel momento che balza alla mente il piccolo Salvatore nel film di Tornatore, come un tuffo nel passato. Coppie di anziani e di giovani, bambini, studenti, ex-operai in pensione, dal quartiere e da altre zone della città hanno partecipato. Il pubblico era eterogeneo e questo ha contribuito a non velare di nostalgia le serate.

Un bella esperienza sicuramente da ripetere perché, tra le altre cose, traccia un filo tra il passato e il presente, sottolinea come l'arte e la cultura non siano divise dal tempo che passa ma piuttosto unite dallo stesso. In un momento dove la produzione artistica sembra l'ultimo dei problemi non è difficile accorgersi come essa possa morire se non la si cura con la dovuta attenzione. Il riutilizzo di un così grande e suggestivo spazio per la promozione culturale e il divertimento, gratuito e aperto a tutti, è sicuramente un progresso per il quartiere e per la città nonché un esempio da imitare.

Mattia Marello

Foto di Lucia Di Salvo (vedi pagina Flickr)

Srebrenica, 17 anni dopo.

Srebrenica, 11 luglio 2012. Questo è il giorno dell'anniversario, della commemorazione. Arrivano da tutta la Bosnia per essere presenti, ricordare, condividere la memoria di quel buio doloroso. Sono passati 17 anni dal giorno del massacro di 8.372 uomini, adulti e ragazzi, compiuto da militari e da paramilitari che rispondevano agli ordini di Ratko Mladic. Quali colpe per essere uccisi, quali responsabilità per le uccisioni? Di colpa lasciamo parlare altri, mentre di responsabilità, in questa vicenda, ce ne sono troppe.

Srebrenica è una cittadina alla fine di una valle, in Bosnia, quasi al confine con la Serbia. Per arrivarci da Sarajevo ci vanno circa 2 ore e mezza. Mezz'ora in più la distanza da Belgrado. Durante la guerra nei Balcani (1991-1995), nel villaggio di Srebrenica si spostarono circa 40 mila persone, in qualche modo vicini alla religione musulmana. Tutto intorno, Serbi. Tecnicamente, un assedio durato tre anni. In una casa dove prima stava una sola famiglia durante l'assedio vivevano decine di persone. Senza cibo, senza sali minerali, in condizioni igieniche pessime, senza potersene andare. Le Nazioni Unite, sotto la pressione della popolazione, nel 1993 dichiarano la zona "United Nations Safe Area", zona protetta. La situazione di fatto non cambia; arrivano alcuni aiuti umanitari, ma le testimonianze sul comportamento dei contingenti Onu sul posto sono agghiaccianti. La storia è raccontata con precisione in "La Guerra in Casa", del torinese Luca Rastello, e nello spettacolo della marchigiana Roberta Biagiarelli "Souvenir Srebrenica".

L'equilibrio statico si incrina e di botto la situazione cambia nell'estate del 1995. Tra l'8 e l'11 luglio le forze serbe entrano in città, anche a bordo di carri armati delle Nazioni Unite. La popolazione si trova di fronte a una scelta: cercare di scappare per i boschi, in direzione di Tuzla (un centinaio di chilometri a nord, una città che durante la guerra si è rifiutata di scendere a patti con le logiche di divisione e di odio tra vicini di casa ed è rimasta indenne dal conflitto) oppure cercare rifugio presso l'ex fabbrica di Potocari, dove erano di stanza le truppe Onu. In molti scelgono di spostarsi a Potocari. Ma nemmeno là sono al sicuro. Gli uomini e le donne vengono divisi e caricati su autobus. Gli uomini e i ragazzi sopra i 13 anni vengono trucidati. Alcuni gruppi paramilitari, tra cui gli Skorpions (la cui vicenda e processo sono raccontati da Jasmina Tesanovic in "Processo agli Scorpioni"), filmano le esecuzioni. Le vittime sono più di 8 mila. I corpi sono seppelliti in fosse comuni, e in un secondo tempo spostati con ruspe in altri luoghi. Per questo motivo il riconoscimento delle vittime non è ancora terminato.

Ogni anno, l'11 luglio, si seppelliscono i corpi riconosciuti nell'anno precedente. Quest'anno sono stati sepolti 520 corpi. Le bare sono avvolte in stoffa verde, colore simbolo dell'Islam. A vederle, ordinate, con un numero bianco sul fondo, vedi che sono strette. Perché i corpi, ormai, sono leggeri; immagini che dentro ci sia poco.

Fin dal primo mattino la strada che da Bratunac porta a Potocari e poi a Srebrenica è affollata. La commemorazione porta con sé un apparato di mendicanti, parcheggi abusivi, tavolini di cibo e di bevande. Il caldo è insostenibile, e all'interno del Memoriale la gran parte delle persone si siede all'ombra dei pochi alberi presenti. Questo fa sì che, nonostante le decine di migliaia di persone presenti, chi ha da piangere un morto trovi comunque un'intimità vicino alla stele bianca. È un funerale, ma politico, di ricordo e commemorazione. Gli altoparlanti trasmettono Sure del Corano. La maggior parte delle donne ha il capo velato, ma spesso ha gli occhi truccati o abiti sensuali. Alcune persone piangono disperatamente, le telecamere le riprendono. Non sono tanti, quelli che piangono. Dopo 17 anni, secondo me le lacrime le hai finite.

Laura Spina

Las Vegas Nights

Riceviamo e volentieri segnaliamo:

Las Vegas Nights - Pura LibRidine! La casa editrice torinese Las Vegas organizza deli eventi-serate a base di cibo, alcool e buona letteratura. Tutti i martedì sera, dalle 19.30 al Passalvario (Via Belfiore 34, Torino), gli appassionati lettori sono invitati a godersi l’atmosfera estiva del quartiere con una bevuta e un buon libro (Aperitivo + libro = 10 euro!).

Pura LibRidine inaugura martedì 12 giugno il primo dei sei incontri previsti con Il bisogno dei segreti di Marco Candida; il secondo appuntamento è martedì 19 giugno con Cherosene di Gianluca Mercadante, che leggerà in prima persona alcuni passaggi del suo libro; la rassegna prosegue martedì 26 giugno con la presentazione in anteprima di Festival Maracanã di Vito Ferro; martedì 3 luglio Christian Mascheroni sarà presente con Wienna, il suo ultimo romanzo; martedì 10 luglio Las Vegas edizioni propone una serata a sorpresa; la rassegna si chiude martedì 17 luglio con Quest’alba radioattiva di Giuseppe Sofo.

Spesa globalizzata

spesa.jpgDecisamente, devo fare la spesa. Nella mia parte di frigo c'è un pacchetto di prugne secche comprate quasi un anno fa a Porta Palazzo, mezzo pomodoro, mezzo pacchetto di feta e l'immancabile Moretti di sicurezza. E un limone, che, noto, sta spietatamente marcendo.

Passo dal Lidl: il latte di soia sedicentesi biologico e le gallette di cartoncino-sembro-riso che ha il Lidl non le ha nessuno. Muesli di tre tipi diversi, marmellata ai lamponi e ai frutti di bosco, carta igienica, doccia schiuma. Con la scorta di latte ho un po' esagerato, in tutto ho riempito due scatoloni e alla fine pago 24 euro. Davanti a me, in coda, due ragazzi latino-americani palestrati hanno comprato un pacco di corn-flakes da 2 kili e dei Gatorade. Dietro, il classico omino chiacchierone con la lattina di birra. Per fortuna mi ha in simpatia e vigila sulla mia bici (la zona è nota per fagocitare bici a ogni ora del giorno e della notte). Prodotti italiani: zero, penseresti; e invece no. Il riso delle gallette è coltivato nel Vercellese, anche i vasetti di marmellata sembrano venire dalla zona di Verona. Latte di soia: prodotto e confezionato in Italia, Badia Polesine, Rovigo. La muesli e carta igienica arrivano dalla terra di Anghela, il doccia schiuma è Unilever (ahi). Mi carico la spesa sulla bici e la trascino a casa.

Incontro Nikola, il signore rom che suona il sax tra corso Vittorio e via Roma, sabato e domenica mattina compresi. Giovedì parte per la Romania, mi fa capire. Starà via una settimana, deve visitare qualche parente che non sta bene. Scarico gli scatoloni in cucina, mi armo di borse di stoffa e riscendo le scale.

Per frutta e verdura il mercato al pomeriggio non c'è, ma posso andare dalla signora Elsa, accanto alla Sinagoga. L'insegna indica che vende pane di Altamura, e di tutto. Mi piace andare da Elsa intanto perché è lei, alta due centimetri e sempre in pista, cioè sempre in negozio, fino alle 9 di sera; solo la domenica chiude. Poi mi affascinano i cartelli che scrive sui sacchetti marroni di plastica, inneggianti ai suoi panini leggendari e a quanto sia economico il negozio. Grandi scorte è meglio non farle, perché certe verdure sono a un passo dall'essere più di là che di qua, ma il prezzo è equo. Mi accaparro, con grande gioia di Elsa, un melone a 1 euro e 30. Una piccola melanzana femmina (quella che dentro non ha i semi e non pizzica la lingua, mi ha insegnato a riconoscerle un contadino al mercato la scorsa settimana), due peperoni rossi, due pomodori cuore di bue ormai bordeaux, zucchine, kiwi, mele e patatine novelle che mi riempiono le dita di terra. Perché da Elsa ti servi tu, voilà. Due chiacchiere e si va. 7 euro.

Ecco, ho dimenticato il the, sono senza. Magari dai Filippini ne hanno. Entro e trovo un signore, Filippino, che cerca invano di stappare una birra con i denti. Prima che si stappi i denti con una birra gli offro il mio apribottiglie, che sta sempre attaccato alle chiavi. "gliel'ho detto che il dentista costa, ma non mi voleva ascoltare" fa la cassiera, un viso elegante e una voce dolce. Le chiedo se hanno del the, e non ce l'hanno. Mi faccio un giro, valuto se comprare del succo di mango ma sta in una lattina e sono scettica, desisto. Chapaghetti, banana sotto vetro, marmellata di ube (una specie di patata viola, dolce). Non cedo, ma mi faccio convincere dallo zenzero: 4 euro al chilo. Ne prendo dei pezzetti: 35 centesimi. Così me li metto nel the nero al mattino, ho deciso.

MiniMarket Internazionale: è lì che vado a cercare il the. E devo prendere del riso da portare domani a cena da quei matti che abitano in via Nizza, proprio all'angolo dove c'è sempre la gente che beve. Mentre guardo i pacchi di riso, un signore pakistano altissimo mi chiede: "vuoi riso o riso buono?". "Riso buono", non esito a rispondere, sperando di averla imbroccata. Mi consiglia un riso basmati che avevo già puntato. Mezzo chilo, 2,50 euro. Incappo in palline di sesamo, e penso che un po' ne posso portare domani sera. Mi fermo di nuovo: sono incappata in delle ostie giganti, da friggere, effetto nuvole di drago. Si chiamano Madras Pappadums, il sottotitolo recita "croccante di legumi". Devono essere mie. Ma queste vanno mangiate con della salsa. Afferro un barattolo di salsa di peperoncino verde, poi chiedo se le due cose vanno bene insieme e vengo misericordiosamente dirottata verso della salsa di mango, lime, peperoncino rosso e verde: "meno piccante". Fatta in Gran Bretagna. Di the ce n'è in quantità, si può scegliere; accetto il consiglio del quarto commesso: the nero, in bustine a piramide, 100% natural, certificato "Rainforest Alliance" che da quanto si legge sul pacchetto significa che fanno attenzione all'ambiente, alle condizioni di lavoro dei dipendenti e che forniscono accesso a istruzione e cure sanitarie a loro e ai loro familiari. Però il marchio è Unilever, che se non ricordo male non era proprio imparentata con San Francesco. Mi faccio dare anche una bottiglia di olio per friggere i Pappadums, e mi danno un litro di olio di girasole dell'EuroSpin, anche questo arriva dalla zona di Verona. Acchiappo ancora un cartone di succo di frutto della passione e mi ritengo soddisfatta. 14 euro.

Vado a casa e mentre sistemo la spesa ascolto un cd dei BeeGees. Avendolo comprato a Parigi pensavo che i BeeGees cantassero in francese. La globalizzazione confonde, e spesso stupisce.

Laura Spina

Anche a Torino, in piazza per Brindisi

brindisi.jpgI fatti di Brindisi hanno mobilitato la società civile in tutta Italia, da sud a nord: all'ora di pranzo già si erano mosse associazioni e movimenti organizzando spontaneamente manifestazioni in ogni città italiana, da Palermo a Roma a Milano. Torino anche è scesa in piazza, con le fiaccole in mano, candele accese per Melissa Bassi e nella mente la voglia di reagire. “E adesso ammazzateci tutti” si leggeva sulle reti sociali, una frase ripetuta da molti che invocavano la piazza.

Piazza San Carlo, sotto un cielo grigio che minacciava pioggia, si è riempita di gente. Difficile dire in quanti eravamo, i numeri perdono di significato in certe occasioni. Forse è più importante che la società civile si sia sentita in dovere e in diritto di condividere quel momento. E quel momento è stato emozionante: la piazza era avvolta da una riflessione collettiva e silenziosa. Al microfono, anche le voci che leggevano risultavano basse e commosse, accompagnate solo da un violino e da una chitarra. Si citava Falcone e Borsellino, ma anche il discorso del premier norvegese tenuto dopo la strage dell'anno scorso.

Sebbene siano ancora in corso le indagini e non vi è nessuna prova concreta che possa ricondurre la “barbarie” - come definita da Nichi Vendola - ad un atto mafioso legato alla Sacra Corona Unita, il cartellone più grande presente in piazza San Carlo recitava: “Via la mafia dallo Stato.” Compito della magistratura e degli investigatori fare chiarezza, dare risposte prima di tutto a chi è vittima. L'Italia anche però vuole risposte, e in attesa si ritrova unita, almeno in questa occasione. E c'è chi si chiede perché servano i morti per poterci sentire accomunati dal sentimento di unità. “La mafia uccide. L'indifferenza pure” si leggeva su di un altro cartellone, segno del fatto che parte della società italiana “non ne può più”, come commentano alcuni.

Fiaccole e candele rimangono accese per più di un'ora, il cielo regge e trattiene a stento la pioggia. Alcune istituzioni erano presenti sotto il tricolore che sventolava insieme ad altre bandiere nella piazza. Il silenzio è stato un messaggio forte, la presenza e la partecipazione, a Torino come in tutta Italia, un segnale importante trasmesso per una volta senza parole o immagini. Alcuni si domandano dove sia l'Europa in questi casi. Quell'Europa istituzionale tanto ferrata in economia, ma che cela un vuoto, un silenzio disarmante sulla criminalità organizzata.

di Mattia Marello

(Fonte foto: Biennale Democrazia)

I Media a Dogliani – fra vecchi e nuovi

Dogliani_Festival_Media Per cortesia della pagina FB di Festival della TV e dei Nuovi Media - Dogliani (CN)

Se aveva deciso di essere un evento ricco di contrapposizioni, il Festival della Tv e dei Nuovi Media (alla sua prima edizione, dal 4 al 6 maggio) c'è riuscito in pieno. Partendo proprio dalla location: Dogliani, paesino di 5.000 anime in mezzo alle Langhe piemontesi, totalmente irraggiungibile per i fortunati non possessori di una macchina (da Torino ci si impiega più di due ore), patria dell'illustre Einaudi e dimora attuale dell'altrettanto illustre Carlo de Benedetti. Ce n'è abbastanza per richiamare alla mente il più classico degli elitarismi piemontesi e per far storcere il naso ai più, abituati a vedere eventi del genere in centri come Torino, Milano, Roma. Eppure l'organizzazione ripaga subito dell'odissea della trasferta: l'intero paese mobilitato per accogliere gli ospiti: ragazzi e ragazze ai tendoni di benvenuto, gentilissimi nel distribuire informazioni e bottiglie d'acqua, e stand di degustazione di prodotti tipici locali – insomma, una grande occasione per l'intero paese per farsi un po' di pubblicità. Al momento del saluto del sindaco, poi, tanti strabuzzano gli occhi: Nicola Chionetti, eletto due anni fa nelle fila del PD, è un ragazzo di 25 anni (classe 1986). Per 2 anni è stato il sindaco più giovane d'Italia (superato, lo scorso maggio, dall'allora diciannovenne Salvatore Paradiso, divenuto sindaco di Bonea nel beneventano succedendo a... suo padre).

I DUE VOLTI DEI MEDIA La curiosa contrapposizione incontrata negli aspetti logistici e organizzativi prosegue anche nei temi trattati sotto forma di proficuo scambio di esperienza fra volti nuovi e vecchi della tv. Come durante la prima sessione, quando diversi reporter di guerra (da Toni Capuozzo a Fabio Bucciarelli) raccontano le loro esperienze. Alcuni con disillusione, altri con consapevolezza, altri ancora con fervida eccitazione – ma senza che questo contrasto stoni, anzi. La differenza fra i discorsi posati dei corrispondenti più scafati con quegli vividi dei più giovani è evidente e ben illustra le diverse facce di uno dei mestieri più difficili del mondo, quello di chi racconta la sofferenza altrui senza sapere se quello che fa aiuterà ad alleviarla. Anche il secondo incontro procede su binari simili. Relatori, un giornalista della vecchia scuola come Giovanni Valentini (una vita a Repubblica ed Espresso) a discutere di informazione giornalistica nell'era di Internet con i più giovani Mario Giordano (Mediaset), Luca Telese (La7) e Sarah Varetto (SkyTG24). Alla fine ne emerge una sostanziale continuità fra vecchio e nuovo (pur con mille distinguo): i nuovi media saranno benefici per la TV, che avrà l'opportunità di reinventarsi e migliorarsi com'è stato, a suo tempo, per la radio all'avvento proprio del piccolo schermo. In fondo il mestiere è sempre quello del giornalista: cambiano solo i mezzi.

I MILLENNIALS Questa proficua contrapposizione, però, si inceppa nel pomeriggio. I ragazzi di Langa Media, giovanissima realtà di videomaker delle Langhe, decidono di posticipare il loro intervento alle sei. Ed è un peccato. Perché nella sessione successiva si pontifica di Millenniums (ovverosia i giovani della Generazione Y, quelli nati fra il 1981 e il 2000) senza che sul palco ne salga nemmeno uno: a discuterne sono invece il dirigente di MTV Italia Antonio Campo Dall'Orto (classe 1964), il direttore de La Stampa Mario Calabresi (1970), il dj Linus (1957) ed Enrico Ghezzi (1952), ideatore di Blob. Il tema del futuro dei Media in relazione ai Millennials è quindi trattato sì con criticità ed intelligenza, ma senza un contraltare utile alla discussione. Eppure non è che manchino Millennials in gamba. Sarebbe bastato aspettare la discussione successiva per rendersene conto, ascoltando quello che ha da dire Claudio Di Biagio, ventidueenne regista di Freaks!, la prima web-serie italiana (due milioni di visitatori su Youtube, più o meno gli stessi che su Sky hanno guardato, pagando, l'osannatissimo Romanzo Criminale): “io non vedo l'ora di mettermi in gioco, di imparare davvero a fare il regista, di mangiare tanta merda”.

Claudio_Di_Biagio_Freaks Dal sito di Freaks!

VECCHI E NUOVI MEDIA, VECCHIA E NUOVA ITALIA Aldilà dei successi dei singoli, però, diventa sempre più evidente il problema di una generazione, la nostra, che all'estero è assoluta padrona dei nuovi media e che in Italia fatica persino a ritagliarcisi una nicchia. Non perché non sia in gamba – e i ragazzi di Freaks lo dimostrano – ma perché l'autoreferenziale (e vecchia) classe dirigente nemmeno si prende la briga di conoscerla. Perchè? È sicuramente plausibile la spiegazione di Dall'Orto: è un problema legato alla struttura del mercato del lavoro. I vecchi non escono, i giovani non entrano: un redattore di 30 anni potrebbe dare il suo apporto in qualsiasi giornale, ma per avrne uno bisognerebbe che ne sostituisse un altro. Sarà pur vero, ma non è tutto. Lo sottolinea anche Luciano Massa, direttore di Show Reel, agenzia di marketing che, unica, ha deciso di puntare sui ragazzi di Freaks: “In Italia mancano le palle. Nessuno rischia, mai. Chi ha rischiato, invece, sono questi ragazzi – perché non avevano nulla da perdere”. Se è vero che i media sono lo specchio di un paese per i loro contenuti, Dogliani mostra quanto lo siano anche nelle sue strutture: un paese pieno di coraggio e di umanità in modo trasversale (e transgenerazionale), come ci testimoniano i corrispondenti di guerra – e acuto nell'analizzare l'uso dei nuovi media e il loro impatto sui vecchi sistemi. Ma tremendamente arrogante quando si arriva a parlare del ruolo (attivo) dei giovani. I quali però di idee e capacità ne avrebbero da vendere. Il che magari è confortante, perché vuol dire che lo scontro fra generazioni in Italia può avere un esito solo: se noi giovani non abbiamo nulla da perdere, possiamo solo vincere.

Di Claudio Tocchi

Nuovo campus universitario: sostenibile a metà

campus.jpgIl progetto del nuovo campus dell'università di Torino, che da settembre ospiterà gli studenti di Giurisprudenza e Scienze Politiche, è stato progettato e realizzato con una grande attenzione alla sostenibilità ambientale e al risparmio energetico. Tuttavia, ci si è dimenticati di considerare un fattore tanto fondamentale quanto imprescindibile, ovvero la mobilità degli studenti.

Notarlo non è difficile: il nuovo polo universitario è un edificio enorme che si sviluppa in lunghezza più che in altezza nell'area dell'ex-ITALGAS, sulle sponde del fiume Dora. Il comune di Torino da anni sottolinea come il campus sia segno di una città che investe sull'università e la ricerca; di fatto la struttura occupa circa 45.000 mq di terreno prima abbandonato e sarà una delle più grandi costruite in Europa. A lato del nuovo polo, già è presente da anni la residenza universitaria Olimpia, gestita dall'ente per il diritto allo studio della regione Piemonte (EDISU). Ulteriori residenze sono in attesa di essere realizzate nelle immediate vicinanze.

Nella presentazione del progetto viene rimarcata la sua sostenibilità e il basso impatto ambientale dell'edificio; di fatto, la struttura dovrebbe raggiungere altissimi livelli di efficienza energetica e la fornitura del calore verrà dalla vicina centrale termica. Ciò di cui il progetto difetta è la presenza di posteggi per le biciclette. Sebbene sia provvisto di un ampio parcheggio sotterraneo per autoveicoli, con circa 500 posti auto, non è prevista la costruzione di alcuno spazio per il posteggio delle biciclette. Dimenticanza? In una città che si propone come esempio per la sostenibilità, dove sono moltissimi gli studenti fuori sede che si muovono tramite mezzi pubblici e, appunto, biciclette, come è possibile dimenticarsi di un fattore così fondamentale? Le stazioni della metropolitana sono troppo distanti e la mancanza di strutture adeguate al trasporto su due ruote di certo non incentiva la mobilità così definita sostenibile.

Alcuni docenti dell'ateneo hanno fatto presente la questione alla commissione interna dell'università, ma la risposta è stata alquanto evasiva. La priorità sembra essere l'inaugurazione, prevista per giugno. Dunque, sebbene si concordi sul fatto che sia una lacuna da colmare, non è un problema di cui occuparsi nell'immediato: il progetto non può essere modificato ora, perché ciò implicherebbe un posticipare la data di consegna. E' possibile che nessuno abbia pensato a questo particolare durante gli anni di progettazione e di realizzazione? La richiesta dei docenti è quella di trasformare il 10% dei posteggi auto in posteggi per biciclette. Nulla di infattibile.

Sebbene la città di Torino abbia fatto grossi e visibili passi in avanti per quanto riguarda la qualità dell'ambiente urbano e nella lotta all'inquinamento, la posizione geografica pregiudica fortemente la sua situazione. Sono ancora troppi i giorni all'anno in cui si superano i limiti di concentrazione delle polveri sottili nell'aria. “Il traffico è uno dei problemi più grossi che la città deve affrontare” sostiene Angelo Benedetti, che ha lavorato per 32 anni all'Assessorato per l'Ambiente della regione Piemonte. “E' necessario tagliare i rami secchi, quei chilometri stupidi che sono di troppo.” Secondo Benedetti due sono i punti sui quali la città dovrebbe concentrarsi: uno è lo sviluppo di una mobilità che rispetti l'ambiente, l'altro invece riguarda l'espansione della rete di tele-riscaldamento.

Se il nuovo polo universitario si contraddistingue per la sua elevata efficienza energetica, che permetterà un minor consumo energetico, è rimasto indietro su un punto essenziale quale quello della mobilità degli studenti. Inoltre, non è prevista l'istallazione di alcun impianto ad energia rinnovabile. Niente pannelli fotovoltaici quindi. Non c'è dubbio che uno sviluppo della mobilità sostenibile non può che venire dagli studenti che vivono la città; se né l'università né gli enti locali si preoccupano di questi temi, l'ossimoro dello sviluppo sostenibile resterà tale, compiuto solo nella sua astrazione.

Mattia Marello

(fonte foto: unito.it)

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