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I Media a Dogliani – fra vecchi e nuovi

Dogliani_Festival_Media Per cortesia della pagina FB di Festival della TV e dei Nuovi Media - Dogliani (CN)

Se aveva deciso di essere un evento ricco di contrapposizioni, il Festival della Tv e dei Nuovi Media (alla sua prima edizione, dal 4 al 6 maggio) c'è riuscito in pieno. Partendo proprio dalla location: Dogliani, paesino di 5.000 anime in mezzo alle Langhe piemontesi, totalmente irraggiungibile per i fortunati non possessori di una macchina (da Torino ci si impiega più di due ore), patria dell'illustre Einaudi e dimora attuale dell'altrettanto illustre Carlo de Benedetti. Ce n'è abbastanza per richiamare alla mente il più classico degli elitarismi piemontesi e per far storcere il naso ai più, abituati a vedere eventi del genere in centri come Torino, Milano, Roma. Eppure l'organizzazione ripaga subito dell'odissea della trasferta: l'intero paese mobilitato per accogliere gli ospiti: ragazzi e ragazze ai tendoni di benvenuto, gentilissimi nel distribuire informazioni e bottiglie d'acqua, e stand di degustazione di prodotti tipici locali – insomma, una grande occasione per l'intero paese per farsi un po' di pubblicità. Al momento del saluto del sindaco, poi, tanti strabuzzano gli occhi: Nicola Chionetti, eletto due anni fa nelle fila del PD, è un ragazzo di 25 anni (classe 1986). Per 2 anni è stato il sindaco più giovane d'Italia (superato, lo scorso maggio, dall'allora diciannovenne Salvatore Paradiso, divenuto sindaco di Bonea nel beneventano succedendo a... suo padre).

I DUE VOLTI DEI MEDIA La curiosa contrapposizione incontrata negli aspetti logistici e organizzativi prosegue anche nei temi trattati sotto forma di proficuo scambio di esperienza fra volti nuovi e vecchi della tv. Come durante la prima sessione, quando diversi reporter di guerra (da Toni Capuozzo a Fabio Bucciarelli) raccontano le loro esperienze. Alcuni con disillusione, altri con consapevolezza, altri ancora con fervida eccitazione – ma senza che questo contrasto stoni, anzi. La differenza fra i discorsi posati dei corrispondenti più scafati con quegli vividi dei più giovani è evidente e ben illustra le diverse facce di uno dei mestieri più difficili del mondo, quello di chi racconta la sofferenza altrui senza sapere se quello che fa aiuterà ad alleviarla. Anche il secondo incontro procede su binari simili. Relatori, un giornalista della vecchia scuola come Giovanni Valentini (una vita a Repubblica ed Espresso) a discutere di informazione giornalistica nell'era di Internet con i più giovani Mario Giordano (Mediaset), Luca Telese (La7) e Sarah Varetto (SkyTG24). Alla fine ne emerge una sostanziale continuità fra vecchio e nuovo (pur con mille distinguo): i nuovi media saranno benefici per la TV, che avrà l'opportunità di reinventarsi e migliorarsi com'è stato, a suo tempo, per la radio all'avvento proprio del piccolo schermo. In fondo il mestiere è sempre quello del giornalista: cambiano solo i mezzi.

I MILLENNIALS Questa proficua contrapposizione, però, si inceppa nel pomeriggio. I ragazzi di Langa Media, giovanissima realtà di videomaker delle Langhe, decidono di posticipare il loro intervento alle sei. Ed è un peccato. Perché nella sessione successiva si pontifica di Millenniums (ovverosia i giovani della Generazione Y, quelli nati fra il 1981 e il 2000) senza che sul palco ne salga nemmeno uno: a discuterne sono invece il dirigente di MTV Italia Antonio Campo Dall'Orto (classe 1964), il direttore de La Stampa Mario Calabresi (1970), il dj Linus (1957) ed Enrico Ghezzi (1952), ideatore di Blob. Il tema del futuro dei Media in relazione ai Millennials è quindi trattato sì con criticità ed intelligenza, ma senza un contraltare utile alla discussione. Eppure non è che manchino Millennials in gamba. Sarebbe bastato aspettare la discussione successiva per rendersene conto, ascoltando quello che ha da dire Claudio Di Biagio, ventidueenne regista di Freaks!, la prima web-serie italiana (due milioni di visitatori su Youtube, più o meno gli stessi che su Sky hanno guardato, pagando, l'osannatissimo Romanzo Criminale): “io non vedo l'ora di mettermi in gioco, di imparare davvero a fare il regista, di mangiare tanta merda”.

Claudio_Di_Biagio_Freaks Dal sito di Freaks!

VECCHI E NUOVI MEDIA, VECCHIA E NUOVA ITALIA Aldilà dei successi dei singoli, però, diventa sempre più evidente il problema di una generazione, la nostra, che all'estero è assoluta padrona dei nuovi media e che in Italia fatica persino a ritagliarcisi una nicchia. Non perché non sia in gamba – e i ragazzi di Freaks lo dimostrano – ma perché l'autoreferenziale (e vecchia) classe dirigente nemmeno si prende la briga di conoscerla. Perchè? È sicuramente plausibile la spiegazione di Dall'Orto: è un problema legato alla struttura del mercato del lavoro. I vecchi non escono, i giovani non entrano: un redattore di 30 anni potrebbe dare il suo apporto in qualsiasi giornale, ma per avrne uno bisognerebbe che ne sostituisse un altro. Sarà pur vero, ma non è tutto. Lo sottolinea anche Luciano Massa, direttore di Show Reel, agenzia di marketing che, unica, ha deciso di puntare sui ragazzi di Freaks: “In Italia mancano le palle. Nessuno rischia, mai. Chi ha rischiato, invece, sono questi ragazzi – perché non avevano nulla da perdere”. Se è vero che i media sono lo specchio di un paese per i loro contenuti, Dogliani mostra quanto lo siano anche nelle sue strutture: un paese pieno di coraggio e di umanità in modo trasversale (e transgenerazionale), come ci testimoniano i corrispondenti di guerra – e acuto nell'analizzare l'uso dei nuovi media e il loro impatto sui vecchi sistemi. Ma tremendamente arrogante quando si arriva a parlare del ruolo (attivo) dei giovani. I quali però di idee e capacità ne avrebbero da vendere. Il che magari è confortante, perché vuol dire che lo scontro fra generazioni in Italia può avere un esito solo: se noi giovani non abbiamo nulla da perdere, possiamo solo vincere.

Di Claudio Tocchi

Nuovo campus universitario: sostenibile a metà

campus.jpgIl progetto del nuovo campus dell'università di Torino, che da settembre ospiterà gli studenti di Giurisprudenza e Scienze Politiche, è stato progettato e realizzato con una grande attenzione alla sostenibilità ambientale e al risparmio energetico. Tuttavia, ci si è dimenticati di considerare un fattore tanto fondamentale quanto imprescindibile, ovvero la mobilità degli studenti.

Notarlo non è difficile: il nuovo polo universitario è un edificio enorme che si sviluppa in lunghezza più che in altezza nell'area dell'ex-ITALGAS, sulle sponde del fiume Dora. Il comune di Torino da anni sottolinea come il campus sia segno di una città che investe sull'università e la ricerca; di fatto la struttura occupa circa 45.000 mq di terreno prima abbandonato e sarà una delle più grandi costruite in Europa. A lato del nuovo polo, già è presente da anni la residenza universitaria Olimpia, gestita dall'ente per il diritto allo studio della regione Piemonte (EDISU). Ulteriori residenze sono in attesa di essere realizzate nelle immediate vicinanze.

Nella presentazione del progetto viene rimarcata la sua sostenibilità e il basso impatto ambientale dell'edificio; di fatto, la struttura dovrebbe raggiungere altissimi livelli di efficienza energetica e la fornitura del calore verrà dalla vicina centrale termica. Ciò di cui il progetto difetta è la presenza di posteggi per le biciclette. Sebbene sia provvisto di un ampio parcheggio sotterraneo per autoveicoli, con circa 500 posti auto, non è prevista la costruzione di alcuno spazio per il posteggio delle biciclette. Dimenticanza? In una città che si propone come esempio per la sostenibilità, dove sono moltissimi gli studenti fuori sede che si muovono tramite mezzi pubblici e, appunto, biciclette, come è possibile dimenticarsi di un fattore così fondamentale? Le stazioni della metropolitana sono troppo distanti e la mancanza di strutture adeguate al trasporto su due ruote di certo non incentiva la mobilità così definita sostenibile.

Alcuni docenti dell'ateneo hanno fatto presente la questione alla commissione interna dell'università, ma la risposta è stata alquanto evasiva. La priorità sembra essere l'inaugurazione, prevista per giugno. Dunque, sebbene si concordi sul fatto che sia una lacuna da colmare, non è un problema di cui occuparsi nell'immediato: il progetto non può essere modificato ora, perché ciò implicherebbe un posticipare la data di consegna. E' possibile che nessuno abbia pensato a questo particolare durante gli anni di progettazione e di realizzazione? La richiesta dei docenti è quella di trasformare il 10% dei posteggi auto in posteggi per biciclette. Nulla di infattibile.

Sebbene la città di Torino abbia fatto grossi e visibili passi in avanti per quanto riguarda la qualità dell'ambiente urbano e nella lotta all'inquinamento, la posizione geografica pregiudica fortemente la sua situazione. Sono ancora troppi i giorni all'anno in cui si superano i limiti di concentrazione delle polveri sottili nell'aria. “Il traffico è uno dei problemi più grossi che la città deve affrontare” sostiene Angelo Benedetti, che ha lavorato per 32 anni all'Assessorato per l'Ambiente della regione Piemonte. “E' necessario tagliare i rami secchi, quei chilometri stupidi che sono di troppo.” Secondo Benedetti due sono i punti sui quali la città dovrebbe concentrarsi: uno è lo sviluppo di una mobilità che rispetti l'ambiente, l'altro invece riguarda l'espansione della rete di tele-riscaldamento.

Se il nuovo polo universitario si contraddistingue per la sua elevata efficienza energetica, che permetterà un minor consumo energetico, è rimasto indietro su un punto essenziale quale quello della mobilità degli studenti. Inoltre, non è prevista l'istallazione di alcun impianto ad energia rinnovabile. Niente pannelli fotovoltaici quindi. Non c'è dubbio che uno sviluppo della mobilità sostenibile non può che venire dagli studenti che vivono la città; se né l'università né gli enti locali si preoccupano di questi temi, l'ossimoro dello sviluppo sostenibile resterà tale, compiuto solo nella sua astrazione.

Mattia Marello

(fonte foto: unito.it)

Impressioni di Torino

La prima volta che un turista arriva a Torino, questa gli si presenta come una città finta – proprio come quel fasullo borgo nel parco del Valentino, che sembra vero perché realizzato coscenziosamente a tavolino invecchiandogli i muri portanti per renderlo naturalmente medioevale. Una città squadrata, troppo squadrata. Non c'è via del centro, ma anche al di fuori di esso, che non sia ortogonalmente e razionalmente intersecata da decine di altre altrettanto ortogonali e razionali stradine, in una texture che sembra pensata a tavolino da un qualche architetto utopista del '600, più che sviluppatasi naturalmente nel corso dei secoli. E al turista ignaro che scende dal treno, o dall'autobus, questo reticolo di sensi unici (tutti rigorosamente alternati, com'è ovvio: se una strada procede, poniamo, da Nord a Sud, ecco che le parallele a destra e a sinistra faranno l'opposto, per amor di coerenza) dà un'illusione di semplicità d'accesso. Da una parte le colline, dall'altra le montagne imponenti (quando si riesce a vederle, smog permettendo), a nord la Dora; insomma, verrebbe da dire: semplice da capire, facile da dominare!

DALLA STRADA AL PALAZZO I problemi arrivano quando il turista ignaro si trasforma in viaggiatore prima, in immigrato poi: quando, insomma, dalle strade si vorrebbe entrare nei palazzi, e godere appieno della vita dei torinesi, che in strada di tempo ce ne hanno sempre passato poco. Quelli che si trovano in piazza, che sia per via Belfiore a San Salvario o in piazzetta a Borgo Dora, sono arabi, turchi, pakistani, forse pugliesi e siciliani, magari toscani o emiliani o piemontesi delle Langhe – ma i torinesi, quelli veri, in strada non si vedono, se non per fugaci capatine serali, portadell'ufficio-portieradellamacchina-portadicasa oppure portadicasa-portieradellamacchina-ristorantepub. Il turista divenuto viaggiatore trasformatosi in immigrato, però, i torinesi non si accontenta di vederli passare sfrecciando per Corso Regina e vorrebbe stanarli, conoscerli. Ed è qui che l'immigrato in via di integrazione si trova di fronte un muro che rafforza l'idea di una città finta. Dopo alcuni tentativi di passare dalla strada al palazzo, Torino pare trasformarsi ai suoi occhi in una città da videogioco. Come Tomb Raider, il gioco con Lara Croft in cui si affrontano una serie di livelli in grotte, monasteri e città cercando reperti nascosti. All'inizio si resta impressionati dalla cura che i programmatori hanno messo nei dettagli urbanistici, nella resa dei muri, delle ombre, delle strade. Man mano che si avanza, però, si vien colti da un senso di frustrazione: girovagando per le vie della città si incontrano decine di splendidi palazzi signorili, di cui però solo pochissimi sono accessibili (e tutti rigorosamente funzionali allo sviluppo della storia) – perlopiù si tratta di mere facciate da studios televisivi, finestre e mura e nulla dietro, e la libertà d'azione nel gioco ne risulta estremamente limitata.

DIETRO LE QUINTE DI TORINO E se la vera Torino fosse anch'essa nascosta dietro le facciate dei suoi palazzi-bene? È un'impressione che mi confermano in molti. “Lo vedi quel palazzo là?” mi chiede una volta un vecchio torinese dal passato eccitante e burrascoso mentre bevevamo vino bianco in Piazza Savoia, in pieno Quadrilatero Romano. Poi prosegue: “noi non lo sappiamo, ma forse adesso dietro queste finestre qualche buon padre di famiglia si sta giocando a poker la casa, o magari l'intera azienda. O forse c'è in corso un festino erotico, come nel film Eyes Wide Shut. Il punto è che, se non sai che c'è, non riuscirai mai ad immaginarlo. Passeggiando per questa strada dirai soltanto, fra te e te: 'Ma che bella città signorile che è Torino'. E invece è tutta facciata, anzi, sono tutte facciate”. Difficile decidere se credergli o no – se la Torino di cui mi ha parlato non sia solo un ricordo svanito di anni ruggenti e prosperosi oggi definitivamente trascorsi, se ci sia ancora spazio per simili storie in una città che è stata nobiliare e decadente prima, sporca ed industriale poi, e che tenta di tramutarsi adesso in una realtà moderna e professionista. Quel che è certo è che l'impressione di mistero per i non-torinesi rimane. Un'idea di segreti raccolti fra le mura delle case, di un qualcosa che Torino e i torinesi custodiscono gelosamente mentre fanno di tutto per migliorare l'aspetto della città trasformandola nella metropoli più vivibile ed interessante d'Italia, mantenendo al contempo un che di inziatico e riservato solo agli adepti. Forse non è un caso che tanti alchimisti e veggenti siano passati dalla città, punto nevralgico di vari triangoli magici europei. Torino è caratterizzata, nella sua storia ma soprattutto nella sua urbanistica, da elementi che rimandano a mondi più oscuri (e, inoltre, tutti i più grandi alchimisti della storia ci hanno vissuto, a partire da Nostradamus): ad ogni angolo del centro, a saper guardare, spunta un segno, una statua, un tombino dal significato esoterico che rimettono in discussione l'impianto razionale e geometrico della città. Forse Torino non è poi così squadrata, o finta. È solo nascosta – un mistero con tutti gli elementi per essere svelato.

Un'artista slovacca in città. Katarina Balunova e la sua Torino

DSC_0116s_2_.jpgIl potenziale creativo degli artisti, si sa, sotto un regime dittatoriale deve spesso trovare nuove vie sotterranee per potersi esprimere, e nella stessa Europa questo è stato il caso di molti Paesi. Uno di questi è senz'altro la Slovacchia. Il suo panorama artistico, costretto a una forte censura dal regime socialista, ha poi visto negli anni '80 l'emergere di un'importante scuola post-moderna, con nomi di spicco come quelli di Buban, Szentpetéry e Zelibska.

Negli ultimi anni la scena si è fatta ancora più vivace e interessante, in costante evoluzione: si assiste spesso, ad esempio, alla felice commistione fra forme d'arte differenti, e molti artisti si servono anche dei nuovi media come ulteriore veicolo comunicativo (fra gli altri, Jana Zelibska e Dorota Sadovska, due giovani donne che utilizzano una il video e l'altra la fotografia). In questa nuova generazione di artisti spicca anche il nome di Katarina Balunova, fotografa e pittrice della scuola di Adam Szentpetéry, presso cui ha studiato pittura contemporanea. Katarina viene da Košice, vivace città nell'est del Paese e fucina di molti talenti interessanti, che lascia l'anno scorso per un progetto SVE qui a Torino. Terminato il periodo di volontariato, decide di prolungare la sua permanenza in un luogo che le offre grande ispirazione per il suo percorso artistico, e dove dà vita a tele in cui proprio la città diventa protagonista assoluta.

"Forme geometriche e naturali nelle mie opere coesistono: se la geometria pura è astrazione, infatti, le forme viventi sono manifestazione della realtà, e creano intimità e poesia" mi spiega Katarina, ed entrambi questi elementi sono ben presenti anche nelle tele dedicate a Torino. Il tema, in queste opere come in altre precedenti, è quello della località intesa come una precisa area del mondo e, in particolare, dello spazio urbano: "Ho trovato ispirazione nella città come luogo costruito dall'uomo all'interno della natura e allo stesso tempo come luogo costruito contro di essa. Infatti lì c'e un forte contrasto tra natura e civiltà. La città, avendo sostituito la natura, diventa così un ambiente nuovo non solo per le persone che vi abitano ma anche per gli animali che devono accettare un nuovo tipo di habitat", mi spiega ancora la giovane artista, riuscendo a trasmettere perfettamente anche a una profana come me tutti i punti nodali che animano e caratterizzano la sua produzione artistica. Torino vi trova posto con la sua struttura, la sua architettura e il simbolo forse più famoso della nostra città: la mole Antonelliana, che Katarina ritrae spesso da angolazioni e posizioni differenti. Anche gli animali, come si accennava sopra, compaiono spesso: animali domestici e non nell'interazione con un ambiente per loro non sempre naturale, artefatto, cui devono adattarsi per la propria sopravvivenza. Un'artista estremamente interessante, insomma, con un percorso che ci auguriamo di poter seguire a lungo nella nostra città.

Katarina Balunova espone le sue opere in questi giorni al Cafè des Arts. Seguiranno a breve, in date ancora da definire, una mostra collettiva presso la galleria ArteStudio Gallery e una personale al Caffè del Progresso.

Elena Carcangiu

Fiaccolata di Liberazione

fiaccolataIeri sera erano tante le fiaccole accese che si muovevano per le strade del centro di Torino: da piazza Arbarello, passando per via Cernaia e sulle rotaie dei tram in via Pietro Micca, per arrivare infine a piazza Castello. La fiaccolata per il 25 aprile, giorno della Liberazione, nel capoluogo piemontese si svolge il 24 sera ed è diventata un’istituzione, un evento sentito e partecipato. Quest’anno il biscione di torce era ben lungo, più numeroso di quello dell’anno scorso dicono alcuni ragazzi che sfilano dietro al camioncino che suona i Modena City Ramblers e Bella Ciao. Un biscione silenzioso in gran parte, forse per rispetto, forse per troppa serietà, sicuramente non serioso. Arrivata a piazza Castello, la fiaccolata si è spenta e si sono accese le luci del palco, che ospiterà il concertone del 25. Forse però, le istituzioni locali presenti - mancava il sindaco Fassino - non avranno gradito molto ricevere i fischi di un folto gruppo di contestatori che, in modo pacifico ha dimostrato il suo dissenso senza però sminuire una celebrazione che, al di là dello spettacolo, è un monito a esprimersi e difendere i propri diritti. In piazza Castello c’erano anche i ragazzi di “Ascoltateli”, che qualche settimana fa piantarono una tenda sotto il palazzo della Regione, e che d’allora portano avanti un digiuno a staffetta: un modo per comunicare e diffondere l’informazione sulla questione alta velocità in Val Susa parallelamente ad altri canali. Un’azione finora ben riuscita, peccato che vista la scadenza dei permessi, tra qualche giorno dovranno smontare e andare via.

Tra le moltissime persone presenti, chi con bandiere chi con le torce, si è dimostrato come la memoria di un periodo così fondamentale per la nostra storia, ancora viva nella gente. Sembrano essere due i sentimenti che predominano: uno è appunto quello legato alla coscienza storica ed è questo tra i due forse, quello più importante. Il secondo che pare scorgersi nei cori e negli slogan di alcuni, è un sentimento di nostalgia verso una lotta, quella partigiana, che non però è stata vissuta e che appartiene ad un’altra generazione. La resistenza forse deve guardarsi dall’essere questa sorta di strana voglia di far rivivere il passato. Ad oggi, c’è bisogno di impegno e che questo sia costruito sul presente, senza copiarlo dal passato perché semplicemente non siamo in grado di inventarci una nostra personale ma condivisa resistenza. L’esperienza e i racconti dei reduci restano comunque un patrimonio da salvaguardare. Come scriveva Italo Calvino ne Il sentiero dei nidi di ragno: “la storia è fatta di piccoli gesti ... ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia.”

Mattia Marello

A passo lento da Milano a Venezia

Fà la cosa giusta! Lo scorso week-end ho fatto un salto nella vicina Milano per curiosare tra gli stand di Fa' la cosa giusta. Giunta alla sua nona edizione, la Fiera promossa dal magazine Terre di Mezzo mantiene la sua mission di promuove il consumo critico e gli stili di vita sostenibili. Una vetrina per produttori a km0, artigiani e artisti locali, ma anche associazioni e cooperative; una piazza per raccontare storie di chi ha scelto di scandire i propri passi secondo le parole chiave di sostenibilità e decrescita.

E' stata in una delle piazze della Fiera che ho conosciuto la Compagnia dei cammini, associazione che organizza viaggi a piedi in Italia e nel Mediterraneo. In occasione di Fa' la cosa giusta, la guida Alberto Conte ha presentato un'iniziativa che ha risvegliato in me una certa curiosità (di sapere e d partecipare!). Trattasi di un cammino da Milano a Venezia - in bici sino a Ferrara e poi a piedi insieme ad alcuni asinelli verso il Veneto - in vista del Convegno internazionale sulla decrescita che si terrà a Venezia dal 19 al 23 settembre prossimo. "A passo lento verso la decrescita" è un viaggio-evento per testimoniare un altro modello di sviluppo, un altro stile di vita. Oltre che la filosofia della lentezza, è scelto di adottare anche quella del baratto: i ciclisti/camminatori, infatti, si faranno ospitare gratis dalle strutture turistiche che incontreranno durante il percorso in cambio di promozione e pubblicità sui social e i mass media. In particolare, le nuove tecnologie del web 2.0 verranno usate per divulgare la giornata di cammino e gli eventi pubblici: saranno così aggiornati il diario di viaggio sui siti www.cammini.eu e www.movimentolento.it oltre che i profili su Facebook e Twitter. Tappa dopo tappa, il gruppo di viaggiatori incontrerà anche quelle realtà economiche ed associative che producono reddito e occupazione mettendo al centro delle proprie azioni l’uomo e l’ambiente.

Per chi fosse interessato a partecipare, le date del viaggio sono le seguenti: dal 5 al 19 settembre, di cui 6 giorni saranno in bici e i restanti 9 a piedi. L'evento è gratuito, ma è necessario iscriversi mandando via email una lettera di motivazione per spiegare come si intende contribuire al viaggio. Le iscrizioni/selezioni si chiuderanno il 14 giugno. Per maggiori informazioni consiglio di consultare il sito: www.decrescita.movimentolento.it.

Mi sta frullando in testa l'idea di prendere parte a questa avventura, diventano attore-testimone di quanto sia facile crescere e arricchirsi con lentezza e semplicità!

Serena Carta

Tutto in una borsa...e che TFF sia!

Ho una fantastica borsa in pvc, nera con un logo rosso. La accarezzo con gli occhi come da bambina lisciavo i regali di Natale ancora impacchettati sotto l’albero. Fino alla fine della settimana la porterò a spasso con fare da sciantosa, come la più preziosa it-bag. So che non sarò l’unica e quando incrocerò altre signorine -ma anche dei giovanotti- con la stessa borsa, ci scambieremo un sorriso d’intesa e magari potrà addirittura capitare che con qualcuno diventerà la scusa per fare due parole, alla faccia del luogo comune che a Torino la gente è fredda e diffidente. A distinguerci l’un l’altro, noi con la borsa di pvc nero e il logo rosso, sarà il gingillo colorato che porteremo al collo. Borsa, badge, cordoncino portano tutti lo stesso logo: TFF. E Torino Film Festival vuol dire magia. Una magia che non è solo quella del cinema, ma è propria di una città che -complice il frescolino di fine novembre, le luci d’artista ormai accese, i tanti forestieri che arrivano con la scusa di un film e poi si ritrovano in uno scenario inatteso- assume un’aria decisamente sparkling. Da parte mia questa del TFF è una tradizione, un punto fisso nel mio autunno, che bramo e poi mi gusto voracemente. Negli anni è cambiato il tempo da dedicarci, le pagine su cui scriverne, gli amici e i colleghi con cui parlarne. Però è sempre con dovizia che sottolineo e organizzo il mio programma personale, ed è con sottile piacere che mi concedo una trasgressiva sessione di corti in pausa pranzo, per non parlare poi dello stupore con cui durante il TFF mi trovo davanti agli occhi una Torino inedita. Oltre a tutto questo, tra le novità di quest’anno, penso che a darmi particolare soddisfazione non sarà il tanto declamato nuovo tappeto rosso gremito di star, quanto il Giardino d’Inverno di piazzale Valdo Fusi, dove transiteranno gli addetti a lavori, di certo sì anche qualche nome, molta musica, bicchieri e si spera qualche aneddoto da raccontare su queste pagine.

Eleonora Palermo

Vinicio strega i Murazzi, Mole contro mole

di Filippo Lubrano

"All'imbuto" è la dedica che strizza l'occhio a chissà quale esoterica pratica alcolica con cui un Vinicio ancora agli esordi ha siglato il poster che campeggia in entrambe le declinazioni di Giancarlo, lato destro e lato sinistro dei Murazzi.

Ed è una notte da distillare, da far decantare nel tempo, per smaltirne la sbronza, per assaporarne il retrogusto, quella del 21 dicembre 2010, antiantiantivigilia di Natale (negazioni dispari comunque negano).

Una notte di corpi stipati, mole contro mole, all'ombra della Mole, nella giornata che congiunture astrali incredibili ha reso la più buia degli ultimi 400 anni.

vinicio.jpg

Così, mentre Envisia serve al banco acqua minerale - e San Simoni in quantità - sul palco Vinicio ripaga dell'attesa di oltre un'ora e mezza sull'orario di inizio ufficiale (tempi tecnici di carburazione) i suoi fedeli, dispensando arie di poesie e Tanchi del Murazzo come omaggio alla città che forse è l'unica non di provincia davvero sua.

La folla sotto si muove, saranno 300, anzi, 400, 500, mille, un milione, i corpi torvi che non hanno controllo di membra, ma si muovono come un tutt'uno, come ali del Grande Tacchino, inseguendo l'Ultimo Amore, ondeggiando sulle ginocchia tutti uguale.

All'Una e Trentacinque circa Vinicio è ancora in piedi, la giacca bianca ricamata, le mani al cielo, a mandare la sua benedizione-strenna di Natale, mentre Wonder mostra Meraviglia tatuata anche sulle chiappe, e dal palco Giancarlo accompagna Chinaski nelle letture dei giorni più duri, che scolorano sempre come i ricordi al bar.

E dalla volta del cielo dove un giorno erano stipate pescherecci ordinati, cadono lustrini rossi dappertutto.

E buonanotte.

Sempre più divisi?

Cosa sta succedendo all'Unione europea? Sembra che al suo interno ci siano delle spaccature sempre più evidenti, rese forti dalla crisi economica che si ripercuote a livello sociale e identitario. In questi giorni si fa un gran parlare della possibile secessione del Belgio tra Valloni e Fiamminghi, due popolazioni a lungo unite sotto una stessa bandiera ma divise da lingue e culture. L'Italia non è indenne. A parte l'arcinota voglia di secessione prima e federalismo poi della Lega (un tema che torna in voga secondo Eve Mongin, blogger del giornale Libération), ci sono tanti piccoli episodi che mettono in mostra questa voglia di divisione, questo "C'eravamo tanto amati", che cade alla vigilia dei 150 anni dell'Unità d'Italia

L'Emilia e la Romagna

In commissione Affari costituzionali alla Camera sono in calendario due proposte di legge, firmate dal leghista Gianluca Pini e dal finiano Enzo Raisi che vogliono rendere rendere autonome le Province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna, costituendo la Regione Romagna. I deputati numerano le differenze:

  • la Romagna è più povera: «Il reddito medio pro capite è di circa un quarto inferiore rispetto alla media dell’intera regione»;
  • L'economia è differente. La Romagna si regge su turismo, agricoltura e artigianato; l’Emilia sulla grande e media industria, insieme alle cooperative;
  • la storia e il divario tra l'Italia dei Comuni (in Emilia) e lo Stato pontificio in Romagna.

Il sud si ribella all'Unità e ai Savoia

A inizio maggio alcuni gruppi identitari del sud, della Sicilia e della Campania, hanno manifestato in Piemonte. A Torino, la storica prima capitale italiana, hanno manifestato i membri di "Insorgenza Civile" contro il museo Lombroso, un museo che spiega e smaschera gli errori scientifici che -secondo i manifestanti- hanno provocato una forma di razzismo verso i meridionali. A Fenestrelle, nelle cui carceri erano detenuti dei "briganti", gli appartenenti al "Comitato Due Sicilie" hanno protestato contro quell'Unità che soggiogò - dicono - il sud al nord facendo perdere tutte le ricchezze e opprimendo le popolazioni locali. Insieme a loro c'era anche l'europarlamentare leghista Mario Borghezio. Paradossale.

E in Friuli-Venezia-Giulia qualcuno vorrebbe gli Asburgo!!

Sempre a inizio maggio Edouard Ballaman, leghista e presidente del Consiglio regionale del FVG, nel mezzo di una polemica sui fondi per i festeggiamenti sui 150 anni dell'Unità d'Italia, ha affermato. «Se dovessimo celebrare in Friuli Venezia Giulia i 150 anni - ha detto Ballaman - dovremmo issare sul pennone la bandiera austro-ungarica. Siamo in un’altra realtà».

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L'Unione Europea non è un vuoto bla-bla

Articolo di Alessia Smaniotto*

Sfidando scioperi e ceneri vulcaniche, circa duemila persone e più di cento invitati riuniti da 110 protagonisti della società civile si sono incontrati sabato 17 aprile a Strasburgo per la terza edizione degli Stati Generali dell'Europa (Etats Généraux de l'Europe). Tra le europee che hanno calcato la scena José Manuel Barroso, Isabelle Durant, Marcel Grignard, Lukas Macek, Andreas Schwab, Mario Sepi e un fischiato Pierre Lellouche. La società civile vuol dettare il passo, che la politica si metta all'ascolto.


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